lunedì 10 settembre 2012

The Bourne Legacy di Tony Gilroy


Nelle sale dal 7 settembre.

Treadstone e Blackbriar. Due operazioni top secret della difesa del governo statunitense che Jason Bourne si diverte a rendere pubbliche durante l'ultimo film della trilogia con protagonista Matt Damon, The Bourne Ultimatum. A farne le spese non sono solo le alte sfere della CIA: Eric Byer (Edward Norton), supervisore delle operazioni clandestine dell'agenzia d'intelligence, scopre infatti su internet un video potenzialmente compromettente dove appaiono insieme i capi ricercatore di Treadstone e di Outcome, un altro programma top secret che prevede l'impiego di agenti dalle capacità intellettive e fisiche incrementate grazie all'assunzione di speciali pillole.
Al fine di non rivelare i risultati scientifici ottenuti da Outcome, Byer decide di eliminare il programma dalla radice, assassinando i ricercatori e gli agenti coinvolti, tra cui Aaron Cross (Jeremy Renner) che, sebbene sia a corto di pillole, non sembra avere alcuna intenzione di soccombere e, anzi, rintraccia uno degli scienziati del progetto, l'unico sopravvissuto, la dottoressa Marta Shearing (Rachel Weisz) al fine di trovare un metodo per rendere permanenti i miglioramenti indotti dal'abuso di farmaci.
Spin-off di una delle saghe action hollywoodiane più remunerative del recente passato, The Bourne Legacy deve fare i conti con un'eredità più pesante di quella meramente economica: si tratta infatti di pellicole che hanno riscosso un successo di pubblico e critica più unico che raro per film di genere; in special modo l'ultimo episodio, diretto da Paul Greengrass, ha totalizzato una percentuale di recensioni positive impressionante (94% su rottentomatoes.com) e ha fatto man bassa di premi oscar tecnici (montaggio, montaggio sonoro e missaggio sonoro) all'80esima cerimonia degli Academy Award.
Per quanto in sede di recensione ritengo debba esser prassi giudicare un film per quello che è, senza farsi condizionare da un paragone con eventuali prequel et similia, penso che durante la visione il confronto sia un meccanismo mentale inevitabile, quindi tanto vale togliersi subito il dente e buttar giù due righe al riguardo.
Come immagino sappiate, Paul Greengrass e Matt Damon hanno detto no a un sequel di The Bourne Ultimatum: consapevoli del fatto che una storia di Jason Bourne senza le due personalità di cui sopra non avrebbe avuto senso di esistere, i produttori Frank Marshall e Patrick Crowley hanno affidato a Tony Gilroy, sceneggiatore della saga originale, il compito di scrivere una sceneggiatura, per la prima volta non tratta da un romanzo di Robert Ludlum, su una storia ambientata nel mondo di Bourne e di dirigerla. Le differenze d'approccio appaiono evidenti, The Bourne Legacy è esattamente la reinterpretazione che ci si aspetterebbe dal regista di Micheal Clayton: innanzitutto ha probabilmente più linee di dialogo di tutti e tre i prequel messi insieme, ma non per questo il ritmo viene meno. Certo, è necessario che vi togliate dalla testa il giro in giostra firmato Greengrass, tutto inseguimenti telecamera a mano e vertiginose evoluzioni da freerunner; Gilroy, consapevole dell'errore che avrebbe commesso scimmiottando il collega, costruisce comunque un thriller teso e avvincente, ben scritto, che si svolge più nelle camere del potere che non sulla strada alle calcagna del ricercato.
In ogni caso, i tratti distintivi della saga non vengono mai meno: tante location varie e suggestive (notevole il “prologo” ad alta quota), diversi momenti di genuina suspence e un attore protagonista, contro le previsioni avverse, con il phisique du role e una notevolissima presenza scenica, credibile quando mena le mani a velocità supersonica quanto nel sottolineare, con una buona performance, la diversa prospettiva sull'invincibilità dei super-agenti offerta dal film.
L'idea della dipendenza da farmaci è infatti decisamente riuscita e legata a doppio filo con il leit motiv della pellicola, ma più in generale della saga, ovvero il controllo psicologico e tecnologico che di fatto violano ogni velleità di privacy.
Tutto ciò che non funziona sta nel quarto d'ora finale, per un paio di motivi: innanzitutto appare evidente che Gilroy non si trovi a suo agio a dirigere lunghe scene d'azione, specie quando gli vengono imposte, e si vede,  il montaggio è confusionario e spesso non si capisce cosa succeda su schermo; la sensazione è che questa sequenza di chiusura sia stata appiccicata in malo modo alla pellicola per fini più commerciali che altro. In secondo luogo, viene introdotto un elemento, un deus ex machina per i villain, che stona con il contesto e che, privo com'è di qualsivoglia caratterizzazione o di una costruzione della tensione ben definita, risulta quasi essere anticlimatico.
Fortunatamente ciò non inficia la qualità complessiva di un notevole film di genere, ingiustamente stroncato da buona parte della critica d'oltreoceano perché diverso dai suoi illustri predecessori.

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